22 settembre 2020

Rete, social, e-commerce, influencer.

Analfabetismo digitale e pochi investimenti. L’Italia è ancora un piccolo mondo antico

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Gioacchino Bonsignore – Giornalista, caporedattore del TG5, si occupa prevalentemente di enogastronomia

Oggi la rete serve a raccontare le esperienze (degustazione, storia, persone), perché non è possibile farlo in presenza. Molti però dicono che questo sarà anche il futuro post-lockdown. Quanto aggiunge e quanto eventualmente leva alla relazione la nuova modalità? A quali aziende conviene di più mantenere questo doppio binario?

Di sicuro non si tornerà indietro: questa pandemia ha messo in moto un meccanismo che sarà irreversibile per i collegamenti da remoto, lo smart working e le riunioni, sia per le grandi aziende che per la politica, pensiamo ai consigli dei ministri si sono svolti online in questi mesi.

È del tutto evidente che questo meccanismo continuerà, anche se prevedere esattamente in che modo è molto difficile. Immagino che andrà avanti per un certo tipo di attività economiche in modo consistente e immagino che nel mondo del vino ciò avverrà in modo parziale: ci sarà un forte taglio ai viaggi all’estero di produttori e importatori, gli eventi saranno molto più selezionati, molti incontri si faranno da remoto.
Penso a un Paese lontano come la Cina, dove le riunioni dei produttori per le degustazioni e gli aspetti commerciali si ridurranno, soprattutto per eventi inerenti al racconto del vino e del territorio: un taglio consistente di attività che peraltro hanno rasentato in questi anni lo spreco di risorse.

E-commerce da necessità a virtù: ma le aziende italiane sono pronte? Chi può farne a meno e chi no?

L’e-commerce rappresenta l’enoteca del futuro. Si sta sviluppando ma in modo molto lento: chi realmente investe sono soprattutto le società che producono il servizio e non i produttori stessi, con il rischio concreto che questi ultimi, soprattutto quelli non troppo strutturati, subiscano il servizio piuttosto che renderlo un’arma in più di vendita. In altre parole, se non c’è una contemporanea strategia di brand, a farla da padrone saranno solo le ferree leggi del commercio elettronico, ovvero prezzi e promozioni che tendono a imporre un livellamento verso il basso, cui i produttori dovranno sottostare. 

I social si fanno per più per fare branding o più per vendere online? O solamente perché bisogna farlo? Noi abbiamo fatto un’indagine e le imprese realmente non sembrano crederci troppo. Sono online ma senza una strategia precisa, con una gestione più da privati che professionale. Qual è la tua opinione?

La gran parte degli imprenditori italiani è molto indietro sotto questo aspetto: c’è un forte tasso di analfabetismo digitale, unito a una forte diffidenza e a una scarsa capacità di capire realmente il potenziale. Serve un forte ripensamento. Ci sono grandi aziende italiane – penso ai grandi brand multinazionali del vino italiani e a chi produce le eccellenze mondiali, i vini famosi che poi salgono sulle classifiche delle riviste internazionali  – molto avanti, capaci di compiere grandi investimenti anche nella comunicazione social. Sono però poche, direi che si contano sulle dita delle mani quelle che fanno un lavoro mirato sotto questo aspetto.

Il resto delle aziende continua a immaginare un mondo dal sapore un po’ antico, un mondo che credo sia destinato a scomparire: hanno spesso fatto affidamento su un sistema di relazioni legate al mondo del giornalismo e della comunicazione con investimenti economici molto limitati. Già nei media analogici – televisione, radio, giornali – gli investimenti da parte dell’intero comparto del vino italiano sono sempre stati estremamente bassi. Solo negli ultimissimi anni abbiamo visto un’inversione di tendenza.
C’era già un ritardo e ovviamente con l’avvento dei social e della comunicazione digitale questo ritardo si è amplificato. Direi che c’è molto da recuperare. 

Sempre più influencer diventano brand ambassador, travalicando il confine tra informazione e promo-commercializzazione. Ovviamente non tutti. Chi prima solo raccontava ora tende a trasformarsi attraverso i social in un consigliere per gli acquisti, per poi diventare di fatto social media manager di brand che investono su questa figura. È un’evoluzione naturale? Te la aspettavi?

Il mondo del vino non è immune dal processo di trasformazione che l’informazione italiana e mondiale sta attraversando ormai da più di un decennio. È evidente che la figura del giornalista tradizionale è entrata in una grave crisi. Il nostro Paese da questo punto di vista ha un ritardo che sta facendo fatica a recuperare,  mentre in altre parti del mondo il giornalismo tradizionale ha già cominciato a correre per riposizionarsi e per salvare la parte migliore della professione: siamo in un grave ritardo. Detto ciò il processo di ibridazione tra informazione e commercializzazione è in atto e questo paradossalmente è un bene perché tutto può diventare più trasparente: molte cose ammantate dalla seriosità di commentatori, critici e giornalisti avevano sotto sotto anche interessi economici.

Se oggi le cose si trasformeranno in un sistema più trasparente ci sarà da guadagnare per tutti. È importante capire come ciò si strutturerà ma penso che non bisogna fuggire di fronte al nuovo e alla modernità; del resto se un influencer vuole accompagnare sotto braccio un’azienda vinicola per il posizionamento e la reputazione non vedo assolutamente nulla di male. Alla fine sono sempre i consumatori che decidono, indipendentemente dall’influenza dei social. Tutto sta cambiando ma non necessariamente in peggio e soprattutto con più trasparenza.