11 gennaio 2020

Rete, social, e-commerce, influencer.

Indietro non si torna, stare in rete conviene a tutti. Ma bisogna saper raccontare

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Eleonora Cozzella – Food journalist, Repubblica Sapori

Oggi la rete serve a raccontare le esperienze (degustazione, storia, persone), perché non è possibile farlo in presenza. Molti però dicono che questo sarà anche il futuro post lockdown. Quanto aggiunge e quanto eventualmente leva alla relazione la nuova modalità? A quali aziende conviene di più mantenere questo doppio binario?

 Sicuramente alcuni punti e spunti positivi in questo periodo di difficoltà ci sono stati e ci hanno mostrato ciò che prima ci sembrava asettico. Ci siamo resi conto che è un modo per relazionarsi anche online, che tra l’altro fa risparmiare molto tempo, a volte anche denaro, oltre ad apportare un effetto benefico sulla vita personale e collettiva.

Le riunioni online credo che abbiano aperto nuove possibilità di lavorare insieme o in team. Persone di qualunque luogo del pianeta si possono incontrare in maniera immediata, accendi il pc e ti ritrovi in una stanza con persone dall’altra parte del mondo. 

Nel food&wine ha accorciato le distanze, ha lasciato impressioni positive ma anche un po’ di ombre perché dietro c’è una logistica necessaria da organizzare e tutto va fatto bene. 

Questo sottintende una grandissima organizzazione: non c’è meno lavoro bensì un diverso tipo di lavoro. Ad esempio per le degustazioni online devi invitare un certo numero di persone e inviare loro le bottiglie da assaggiare. 

Che cosa toglie? Toglie di sicuro l’atmosfera dell’incontro, la convivialità che consente di conoscere meglio non solo un singolo prodotto ma anche il suo stesso produttore e ti permette di respirare l’atmosfera dei suoi luoghi. Toglie la possibilità di vivere al 100% ciò che c’è dietro e intorno a un prodotto: la bravura di chi guida quel webinar o quella riunione diventa fondamentale per creare un contesto e una storia, così da raccontare la vita che c’è dietro. 

Il rischio è la perdita della possibilità di conoscere chi e cosa c’è dietro il prodotto, mentre il vantaggio per i giornalisti è una migliore gestione del tempo e un aumento delle possibilità. A chi conviene? Conviene un po’ a tutti ma in modi differenti. Conviene alle piccole aziende perché possono costruirsi un palcoscenico in modo più sostenibile, con il vantaggio di poter intercettare opinion leader in modo più efficace rispetto alle loro potenzialità. Per le grandi aziende può essere comunque un modo per fidelizzare i propri consumatori, fissando incontri a cadenze fisse e creando una sorta di community. 

E-commerce da necessità a virtù: ma le aziende italiane sono pronte? Chi può farne a meno e chi no?

Nessuno può farne a meno. La rivoluzione verso l’e-commerce ha avuto un’accelerazione in questo periodo dalla quale non si può tornare indietro, lo credo fermamente. Le aziende italiane non sono pronte, o perché troppo piccole o perché sono arrivate tardi a capirne le potenzialità. Molte di loro si sono organizzate durante il lockdown, costruendo siti per fare community. Inoltre hanno iniziato ad associarsi per fare e-commerce, intrattenendo relazioni per vendere insieme, con la capacità di riconoscere i propri limiti e di voler creare reti per superarle. Sarà importante l’aiuto da parte delle associazioni di categoria per metter su piattaforme e-commerce condivise. 

Più in difficoltà sono le aziende legate alle catene del freddo per la deperibilità dei prodotti. Ci sono grandi gruppi che si stanno mettendo a disposizione come piattaforme anche per i piccoli, la spina dorsale della produzione agroalimentare italiana. La nostra forza coincide con la nostra debolezza: ci sono molte piccole realtà meravigliose da scoprire, il vino in più è avvantaggiato perché non ha problemi di deperibilità come certi cibi e ha delle piattaforme già molto forti.

I social si fanno per più per fare branding o più per vendere online? O solamente perché bisogna farlo? Noi abbiamo fatto un’indagine e le imprese realmente non sembrano crederci troppo. Sono online ma senza una strategia precisa, con una gestione più da privati che professionale. Qual è la tua opinione?

Penso che le aziende siano rimaste indietro nell’utilizzo dei social, anche se hanno siti molto ben fatti. Credono ancora che la pubblicità e l’informazione su carta stampata sia più prestigiosa che su internet e allo stesso modo non hanno capito l’uso dei social: manca una strategia, manca un’idea di tornaconto. I grandi brand possono essere dei media perché hanno la possibilità di organizzare anche piccole redazioni, ma devono saper raccontare storie, soprattutto il lato della sostenibilità che oggi è importantissimo. Devono avere un’idea strategica e soprattutto prima di sceglier come raccontare devono scegliere cosa raccontare.

Sempre più influencer diventano brand ambassador, travalicando il confine tra informazione e promo-commercializzazione. Ovviamente non tutti. Chi prima solo raccontava ora tende a trasformarsi attraverso i social in un consigliere per gli acquisti, per poi diventare di fatto social media manager di brand che investono su questa figura. È un’evoluzione naturale? Te la aspettavi?

Temo sia una evoluzione naturale. In realtà qualche azienda lo ha scelto oramai come scorciatoia per riuscire a far parlare di sé ma la vera difficoltà sta nel riuscire a far emergere la differenza tra informazione e promo commercializzazione. Non mi disturba quindi che ci siano testimonial e influencer, il problema vero è che si gioca sull’equivoco che ancora non è stato sciolto tra chi fa informazione e chi fa promo commercializzazione.