16 luglio 2020

Rete, social, e-commerce, influencer.

Nel mondo del vino un ritardo strategico che va colmato

luciano-ferraro

Luciano Ferraro – Giornalista,
caporedattore centrale del Corriere della Sera

Oggi la rete serve a raccontare le esperienze (degustazione, storia, persone), perché non è possibile farlo in presenza. Molti però dicono che questo sarà anche il futuro post lockdown. Quanto aggiunge e quanto eventualmente leva alla relazione la nuova modalità? A quali aziende conviene di più mantenere questo doppio binario?

Io penso che si tratti di due pubblici diversi. Ovviamente in questo periodo tutti siamo ricorsi a un’intensificazione quasi esclusiva dei contatti via web a causa della pandemia. Tutto ciò continuerà ma poi si delineerà meglio la diversità del pubblico. 

Ci sarà un pubblico di enoappassionati che continueranno a essere contattabili via web: in tal caso le esperienze potranno comunque essere interessanti per entrambi, sia per il produttore che per il consumatore. 

D’altra parte per un pubblico di specialisti, in particolare di professionisti della ristorazione e delle enoteche, tecnici delle degustazioni e giornalisti, sarà necessario riprendere in futuro il contatto di persona, perché ci sono cose che non si possono trasmettere via web, come il calore umano, la complicità, la carica emotiva che viene comunque interrotta, mitigata o stravolta dalla partecipazione digitale a un evento. 

Quindi sì, il web proseguirà e ciò potrebbe essere positivo per raggiungere un pubblico vasto con minore fatica e minori spese, ma dovrà esserci anche la presenza umana.

E-commerce da necessità a virtù: ma le aziende italiane sono pronte? Chi può farne a meno e chi no?

Secondo me devono farlo tutti i produttori, quelli più piccoli perché probabilmente non hanno capacità di distribuzione elevata del proprio prodotto e quelli più grandi perché hanno bisogno di vendere su più mercati. 

Quando è iniziata la pandemia le aziende italiane si sono trovate nella stragrande maggioranza impreparate all’e-commerce: molte non erano in grado di avere un proprio canale di vendita sul proprio sito. Nel corso del 2020 sono stati fatti passi avanti e l’online è un canale che in parte ha mitigato il crollo delle vendite nei ristoranti. Ormai anche in Italia è entrato nella mentalità tra il delivery e i grandi canali commerciali come Amazon. Non si tornerà indietro, se fossi un consulente alle aziende consiglierei di attrezzarsi. 

I social si fanno per più per fare branding o più per vendere online? O solamente perché bisogna farlo? Noi abbiamo fatto un’indagine e le imprese realmente non sembrano crederci troppo. Sono online ma senza una strategia precisa, con una gestione più da privati che professionale. Qual è la tua opinione?

Da questo punto di vista le aziende sono molto indietro. Ho alcune riserve in questo caso sugli influencer, perché nel caso del vino non si riesce mai a distinguere il messaggio libero dal messaggio promozionale. 

Penso comunque che pochissime aziende stiano usando i social come veramente vanno usati, raccontandosi con brevi filmati e tour in azienda, in cantina, in campagna. Qualcuna lo sta facendo anche bene, le aiuta a tenere legati il cliente e l’appassionato, un po’ meno a vendere, serve a costruire una community che porterà a consolidare la propria immagine. È questo secondo me il vero obiettivo della comunicazione social.

Sempre più influencer diventano brand ambassador, travalicando il confine tra informazione e promo-commercializzazione. Ovviamente non tutti. Chi prima solo raccontava ora tende a trasformarsi attraverso i social in un consigliere per gli acquisti, per poi diventare di fatto social media manager di brand che investono su questa figura. È un’evoluzione naturale? Te la aspettavi?

Penso che qui siamo ancora in uno stato di confusione accentuata e in mancanza di regole. Molto spesso questa distinzione tra testimonial e influencer non si vede: pensiamo  invece a tutti i media tradizionali che devono sottostare a regole rigidissime per quanto riguarda la deontologia. I giornalisti iscritti all’albo che lavorano in testate o siti internet devono sottostare a regole che pongono una distinzione netta tra il fare informazione o pubblicità. Poi naturalmente esiste la critica che esprime il suo giudizio. Ma sui social non si capisce se il prodotto di cui si parla è il loro sponsor oppure no. E questa non è una caratteristica solo italiana, ma avviene in tutto il mondo.